Il termine Sofrologia, già nella sua lettura etimologica, manifesta chiaramente quali sono state le scelte preliminari in relazione agli obiettivi da perseguire. Le radici della parola, derivate dal greco antico, sono infatti: Sos, ovvero equlibrio, Phren, nel senso di coscienza[1] e Logos, studio.
La Sofrologia, dunque, studia la coscienza umana e ne ricerca l’equilibrio.
Se poi aggiungiamo a tale sintetica definizione l’impostazione epistemologica di base, che si realizza nell’approccio fenomenologico[2], e l’apertura ontologica verso la dimensione dell’esistenza, il quadro dei riferimenti filosofico-scientifici si fa sufficientemente chiaro da poter precisare quali obiettivi la Sofrologia intenda raggiungere.
Il primo di tali obiettivi è costituito, a livello generale, dallo studio della coscienza umana, ovvero, dei modi in cui essa si orienta e delle modalità in cui i suoi vissuti si formano, si combinano e si manifestano.
Il secondo obiettivo si concreta nell’applicare la Sofrologia come integrazione della medicina e della psicologia, offrendo una lettura degli aspetti puramente soggettivi dell’essere umano, per poterlo comprendere nella sua interezza ed intervenire più incisivamente, nel rispetto del suo costitutivo polimorfismo.[3]
Il terzo obiettivo coinvolge infine la dimensione esistenziale, favorendo l’appropriazione del telos intimo di ogni esistenza, attraverso una radicale conoscenza di se stessi ed una più congrua progettazione sia esistentiva che esistenziale.
Vediamo così scindersi la Sofrologia in tre principali branche[4]: ricerca sofrologica, Sofrolologia medica o psicologica e Sofrologia esistenziale.
Da ciò se ne deduce che la Sofrologia in sé non è mai terapia.[5] In primo luogo, poiché l’intervento sofrologico, sia a livello conoscitivo che nell’incidenza rielaborativa, non mira ai fenomeni “patologici” (a dire il vero non ne riconosce neanche l’esistenza, considerandoli un modo d’essere, particolari declinazioni del trascendere[6]), ma al rapporto che si è instaurato tra essi ed il soggetto esperente ed al significato che hanno assunto all’interno del progetto di mondo individuale che li ha generati. In secondo luogo, Sofrologia medica e psicologica non possono considerarsi terapie in quanto il loro compito si sostanzia nel fornire (ad integrazione della diagnosi e della terapia medica e psicologica) gli aspetti soggettivi della realtà umana, lasciando emergere i vissuti e mediando nella loro significatività. Tanto meno può vedersi un intervento terapeutico nella Sofrologia esistenziale, dove la lettura dei modi di rapportarsi al mondo e la ricerca di equilibrio tra posizione storica, situazione individuale e progetti (biologico, esistenziale ed esistenziale) si attua in un ruolo di assoluta neutralità (notarile): un’autentica atropo-logia fenomenologica.[7] Ultimo, fondamentale, motivo: la Sofrologia non si orienta verso il mondo reale (il mondo comune), ma verso la sua rappresentazione soggettiva.
La Sofrologia, in quanto disciplina scientifica -come si è visto-, ha per oggetto la coscienza e la coscienza non appartiene al reale: essa è un rapporto, originario e fondate, che preesiste ad ogni manifestazione dell’uomo, modalità del suo costitutivo essere-nel-mondo. La coscienza – per dirla con Jaspers – non è una cosa bensì l’Essere nel suo Mondo.[8]
Così il sofrologo diviene un mediatore tra il mondo particolare e quello generale, tra rappresentazione e reale, tra significatività individuale e generale.[9]
[1] La radice“phren” ha assunto, a seconda delle correnti (deviazioni) prima citate, delle distorsioni interpretative, così è stato impropriamente tradotto “cervello” o “mente”, dalla corrente tecnico-eclettica; “cervello”, dalla corrente naturalistico-obiettiva; “anima” dalla corrente esoterica. Cfr. Avenia F., Nardi L.: “La voie sophrologique…” op. cit.
[2] Cfr. Avenia F. (1981): Sophrology and Phenomenology
[3] L’utilizzo di alcuni metodi propri della Sofrologia nella diverse branche della medicina, finalizzati ad esempio al controllo del dolore (anestesiologia, ostetricia, odontoiatria, ecc.) , così come in psicologia per la gestione dello stress o la remissione delle fobie, esula completamente da una reale e corretta applicazione della Sofrologia, non rappresentando che il mero utilizzo di metodi (trasformati in tecniche) di sostegno a discipline estranee al suo contesto filosofico-scientifico.
La preparazione al parto con metodi sofrologici rappresenta, ad esempio, la più evidente decontestualizzazione e minimizzazione dell’assai più rilevante preparazione alla maternità che si attua in Sofrologia, che comprende anche la preparazione al parto, ma altresì le dinamiche dei vissuti relativi all’attesa, al parto ed al rapporto con il figlio. Cfr. ad es. De Carcer A. (1982): La femme femme, être mère dans la sérénité.
[4] Esistono altre applicazioni della Sofrologia quali il recupero dalle tossicodipendenze, la preparazione allo sport, l’apprendimento rapido, ecc., che non rientrano nei filoni classici d’applicazione della Sofrolgia e la cui gestione deve sempre essere molto accorta per non ridurle a mero tecnicismo.
[5] L’espressione “terapia sofrologica” può essere usata solo quando si ha un’applicazione di metodi sofrologici, svincolati dal loro contesto di riferimento e finalizzati al potenziamento delle terapie mediche o psicologiche in cui vengono inseriti strumentalmente. Quando invece la Sofrologia viene utilizzata coerentemente con i suoi presupposti teoretici si deve parlare di “Percorso (conoscitivo) Sofrologico” o “Traininig Sofrologico”.
[6] “declinazioni (abwadlungen) del trascendere” dal senso dato da Binswanger per definire le malattie mentali, ravvisando in tale prospettiva il compito della psichiatria: “indagare e fissare in modo scientificamente esatto tali particolari declinazioni”. Cfr. Binswwanger L. (1946): Ueber die Daseinsanalytische forschungsrichtung in der psychiatrie. Nella tr. It. (vedi Rif. Bib.) a pag. 24.
[7] Un orizzonte antropo-fenomenologico, all’interno del quale si situa –come scrive Binswanger nel 1936- “una reale ed autonoma auto-comprensione dell’umanità, una conoscenza delle più autentiche possibilità del suo essere, e cioè un’autentica atropo-logia”. Binswanger L. (1936): Freud und die verfassung der klinischen psychiatrie. Nella tr. It. (vedi Rif. Bib.) a pag. 189
[8] “…die Seele ist kein Ding, sondern das Sein in ihrer Welt“
[9] Interessante notare che nella Sofrologia sociale, applicata ai grandi gruppi, si ha una mediazione tra la significatività del gruppo e quella generale. Cfr. Avenia F. (1990): Sofrologia: principi e finalità.

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